Editoriale Monti (direttore Gazzetta dello Sport): era Bergamo a parlare di Collina…

Calcio

MILANO – Dunque tutti colpevoli, nessun colpevole? Non proprio, almeno per quanto s’è visto e sentito finora al processo di Napoli dove è imputato, tra gli altri, Luciano Moggi. Se «la madre di tutte le intercettazioni», come l’ha definita ieri l’avvocato Trofino, è la trascrizione approssimata di una conversazione in cui il designatore Bergamo illustra a Facchetti (e non viceversa) una griglia arbitrale che include Collina – ovvero il numero uno, una garanzia: peccato che poi tocchi a Rodomonti, oggi imputato – converrà che la difesa dell’ex direttore generale della Juve mediti sulla parabola di Saddam Hussein e sull’esito infausto del copyright originale, la madre di tutte le battaglie. Calciopoli 2, la vendetta. O la riscossa. Scegliete il titolo roboante che più vi aggrada per il film che da un mese sta terremotando il mondo del calcio italiano, e non solo quello: ieri 13 aprile, san Martino papa (un altro che finì male, imprigionato nel 653 dall’imperatore bizantino), doveva essere il giorno del giudizio. S’è risolto in un primo concitato corpo a corpo tra i legali di Moggi e il suo grande accusatore, il colonnello dei carabinieri Attilio Auricchio. Il secondo round, tra i p.m. e la difesa, andrà in scena tra una settimana quando il tribunale avrà acquisito le 74 intercettazioni che la difesa giudica essenziali per ribaltare le tesi accusatorie: frode sportiva e associazione a delinquere. L’esito di un processo penale che si annuncia lungo e ricco di colpi di scena è imprevedibile, ma qualche valutazione si può azzardarla sin d’ora se, nel turbine del tifo e delle emozioni, si rimane ai fatti. Intanto, la strategia moggiana, che prevede uno stillicidio ininterrotto di rivelazioni giornaliere, ha ottenuto gli effetti desiderati, eccome… Ha trascinato l’Inter di Moratti e altre società nel vortice del processo pubblico. Ha graffiato la memoria di Giacinto Facchetti, uno dei galantuomini dello sport italiano. Ha platealmente schiaffeggiato l’attuale dirigenza bianconera e in particolare John Elkann, che giustamente non ha risposto alle offese. E soprattutto ha consolidato nella variegata tifoseria juventina una corrente di simpatia che attinge a un sacrosanto desiderio di equità nel trattamento e nel giudizio, ma anche a meno nobili serbatoi ricolmi di rancore e di sospetti. Davvero si è voluto indagare, intercettare e colpire solo la Juventus, risparmiando le squadre avversarie con l’obiettivo primario di consegnare ai nerazzurri uno scudetto che non avevano vinto sul campo? Così facevan tutti? In realtà, i fatti e le intercettazioni che conosciamo obbligano, sul piano penale, a rimarcare una netta differenza tra chi parlava al cellulare con persone che sapevano benissimo di essere intercettate per chiedere informazioni e riguardi, e chi al contrario telefonava per dettare le scelte arbitrali. O tra chi — quasi tutti, e non solo i fratelli Della Valle o Lotito — con somma ingenuità cercava di arginare gli effetti di un sistema che poteva decidere i destini di una squadra, e chi quel sistema (almeno stando alla condanna in primo grado di Giraudo) lo aveva messo in piedi. Parlare con i designatori, all’epoca, era legittimo anche se per nulla elegante o commendevole sul piano sportivo. Non era legittimo, invece, fornirli di tessere telefoniche svizzere o conferire loro denari a fronte di polizze assicurative.

Tuttavia, al lume dei fatti, l’inchiesta del colonnello Auricchio non è il granitico totem su cui Guido Rossi credette di poter rifondare l’etica sportiva di questo Paese. Anzi, per dirla francamente, fa acqua da più parti. Non saranno penalmente rilevanti le telefonate di mezzo mondo all’altra metà del mondo, quello arbitrale, che noi tifosi e spettatori ingenui ritenevamo inaccessibile. Ma certo in un fascicolo in cui abbiamo letto di tutto e di più, comprese le sfortunate avventure galanti del figlio di Moggi, l’omissione di tante conversazioni non aiuta a comporre un quadro ambientale che, invece, sarebbe stato utilissimo a chi si appassiona o si occupa di sport.
Di fronte all’affresco napoletano, per esser chiari, l’assegnazione dello scudetto 2005-2006 all’Inter continua a sembrarmi uno sgorbio frettoloso, come le brache che Pio IV impose alle possenti nudità della Sistina. La tradizione nerazzurra, una maglia orgogliosa anche nelle sconfitte, non aveva bisogno di mutande, oltre a tutto di seconda mano. Quel grande uomo di sport che fu Candido Cannavò, pur non conoscendo ciò che oggi sappiamo, fiutò l’errore lontano un miglio: «No caro Moratti, lo scudetto inquinato non è da Inter», si intitolava il primo dei numerosi editoriali che dedicò alla vicenda. Ma il presidente, sospinto da una giustificata furia risarcitoria, non lo ascoltò. Ora vedremo se un supplemento di indagine e di riflessione sul piano sportivo metterà in discussione la decisione del professor Rossi, come gli juventini reclamano. Resta il fatto che quello scudetto, anziché sull’onorata casacca nerazzurra, starebbe assai meglio appeso in un quadretto all’entrata della Lega Calcio con un cartiglio che, in napoletano appunto, dica così: «Non scurdammoce ’o passato».

Altre udienze ci attendono, altre intercettazioni, altre polemiche. Le partite, soprattutto quelle sporche, non finiscono mai. Una sola consolazione ci resta: statisticamente Moggi e Calciopoli portano bene. Quattro anni fa partimmo per il Mondiale sotto la cappa dello scandalo e andò come tutti sappiamo: merito della «scossa», si disse… Bene, mancano 55 giorni al Mondiale sudafricano. Speriamo che dalla biomassa — un letamaio, in italiano corrente — del processo di Napoli venga una nuova corrente di energia pulita. De André lo cantava con cruda eleganza: dalla merda, qualche volta almeno, nascono i fiori.

Fonte: Gazzetta dello Sport

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