Strage dell’Heysel, testimonianza choc di un ex hooligan: “Odiavamo gli italiani”

Calcio

MILANO – Dopo 25 anni e con tutta una vita da hooligan scaraventata ormai alle spalle, ricordare è più facile anche se non meno doloroso. In un’intervista rilasciata alla Stampa, che ha dedicato due belle pagine al massacro dell’Heysel, Tony Evans, oggi responsabile delle pagine sportive del Time e scrittore, ripercorre i momenti precedenti e immediatamente successivi a quella notte del 29 maggio 1985: “Odiavamo gli italiani dalla finale di Roma“, dice.

Il racconto di Tony Evans è toccante ed è un’ammisione di colpa: “Una lunga catena di eventi ha portato all’Heysel. Gli accoltellamenti e i pestaggi subiti a Roma, l’alcol, la nostra aggressività, l’inefficienza della polizia e uno stadio fatiscente. Senza uno di questi anelli nella catena maledetta forse quel giorno sarebbe passato senza incidenti. Ma il torto era nostro. Il torto era mio”.

Tutto, come spiega il giornalista inglese, era nato un anno prima in occasione della finale di Coppa dei Campioni vinta all’Olimpico contro la Roma: “Prima della gara gruppi di giovani in motorino avevano dato la caccia ai nostri tifosi, coltelli in mano. E, dopo la partita, fummo vittima della rabbia di Roma, tra sangue, angherie e umiliazioni. Ci eravamo detti che la storia non si sarebbe ripetuta. La nostra rabbia non era diretta solo agli italiani. La stampa britannica avea praticamente ignorato gli eventi dell’Olimpico l’anno prima… Liverpool, in quegli anni, era una città marginalizzata e odiata dal resto del Paese… “.

Ero con mio fratello quando, in un vicolo del centro – racconta ancora Evans -, ci siamo imbattuti in un gruppo di tifosi juventini, sei o sette, quasi tutti ventenni. Erano seduti davanti a un bar, atteggiandosi un po’ da duri, un po’da fichi. Il mio sguardo incrociò uno dei loro. “Dai, brutto stronzo, dimmi qualcosa”, ringhiai. Lui, niente. Ma ormai il tono, l’umore di quella giornata, era fissato… Noi del Liverpool eravamo in tanti, ci sentivamo sicuri. Bevevamo e cantavamo a torso nudo sotto il sole. Ma poi, complice l’alcol, tutto cambiò”.

Partimmo a piedi per lo stadio. Ovunque c’erano tafferugli. Eravamo ubriachi ma anche in quello stato capimmo che lo stadio era fatiscente. Alle entrate non vi erano praticamente controlli. Tutt’ora, 25 anni dopo, ho ancora intatto il biglietto di quella serata. Entrammo nel settore Y, accanto al maledetto settore Z e si capì subito che eravamo in troppi… Tra i due settori c’era un fitto lancio di oggetti. In realtà nulla di inusuale per gli standard di quegli anni. Guardammo con invidia gli spazi nel settore Z che era mezzo vuoto, mentre il nostro, complici i molti tifosi senza biglietto, era strapieno. Mi assentai per qualche minuto per fare pipì. Al ritorno vidi che la rete che separava i due settori era caduta e che molti dei nostri erano passati in quello adiacente. Più sotto e nell’angolo più lontano stavano morendo 39 persone… Un muro è crollato, tutto qui. Io queste parole le ho sentite e le ho ripetute tantissime volte. Ma sono menzogne“.

fonte: sportmediaset.it

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