Serie A, la partenza di Balotelli impoverisce il campionato. Fari puntati su “Fantantonio” Cassano

Calcio

TORINO – Aggrappati ad Antonio Cassano. Il talento made in Italy sembra il generale Custer al Little Big Horn: accerchiato, soverchiato. Bei tempi, quando in serie C, a Vicenza, sbocciavano i Baggio e a Padova, in B, fiorivano i Del Piero. Il calcio non è più quello, nemmeno il culto del vivaio. Cassano, per la cronaca, ha compiuto 28 anni il 12 luglio. Adesso che Mario Balotelli, classe 1990, sta per sistemarsi al Manchester City, il piatto piange, clamorosamente e dolorosamente. Mentre la generazione dei Del Piero e dei Totti, bocciata dal Lippi africano, si appresta a sparare le ultime cartucce, la nuova nidiata fatica a camminare da sola. Se Cassano ha contribuito in prima persona alla Champions della Sampdoria, non si può e non si deve dimenticare Fabrizio Miccoli, 31 anni e un ginocchio da sistemare. Il Romario del Salento viene dalla stagione più prolifica della carriera, 19 gol, un paio dei quali – al Milan a San Siro e alla Juventus a Torino – memorabili. Lo voleva il Birmingham, è rimasto a Palermo. Delio Rossi lo stima e lo pungola: ha bisogno di coccole, mi disse, basta un cinque in pagella perché il morale sprofondi in cantina. Con il suo 1,68, appartiene alla tribù dei piccoli, tribù che gli Iniesta e gli Xavi hanno innalzato all’onore del mondo (e del Mondiale). Fino al 2007, ci si poteva consolare con le saette di Giuseppe Rossi, nato nel New Jersey, scovato dal Parma, rapito dal Manchester United, esiliato a Newcastle, tornato a Parma (e artefice, con 9 reti, di una straordinaria rimonta-salvezza) e poi spedito al Villarreal. Capocannoniere all’Olimpiade di Pechino (quattro reti), Rossi ha 23 anni e sino all’ultimo è stato in ballottaggio con Fabio Quagliarella per volare a Johannesburg. Nella Confederations Cup del 2009, aveva firmato, con una doppietta, l’unico successo azzurro, contro gli Stati Uniti. Non proprio un dieci, me neppure un semplice nove, è uno dei «caduti» sul campo dei bilanci, dei calcoli e, sotto sotto, di quell’anti-italianismo che noi italiani, per primi, coltiviamo in clandestinità. Un altro che prometteva era il ventiseienne Alberto Aquilani, centrocampista di bussola e scimitarra. La Roma l’ha sacrificato per fare cassa: dal 2009, fra un acciacco e l’altro, ha affiancato Steven Gerrard nel Liverpool di Rafa Benitez. Non era una cima, ma molti indizi conducevano dalle parti di Pirlo. E poi c’è il caso di Sebastian Giovinco, 23 anni e 1,64, i cui alluci musicali sono stati sabotati da troppi alti e bassi (non è una battuta) e dalla frenesia della Juventus. Morale della favola: un paio di campionati in altalena e il bivio, tanto improvviso quanto drastico, Bari o Parma. La solita storia: un po’ si è perso lui e molto lo abbiamo perso noi. Il tiratore scelto dell’ultimo campionato è stato Totò Di Natale, di anni 33 a ottobre: 29 gol nell’Udinese, atollo felix di un calcio perennemente in burrasca. Ostaggi delle diavolerie di Cassano, si resta sempre in attesa dell’esplosione di Riccardo Montolivo e Claudio Marchisio, non certo fantasisti e non più bebè. Il talento, sia chiaro, non è esclusiva degli attaccanti. Cesare Prandelli spera di trovarlo anche fra i terzini (Davide Santon dell’Inter, 19 anni) e i difensori (Leonardo Bonucci dal Bari alla Juventus, 23 anni; Andrea Ranocchia dal Bari all’Inter al Genoa, 22 anni). I paragoni con il passato sono impietosi, e dal fronte delle Under continuano ad arrivare mazzate. Andrea Cossu, il trequartista del Cagliari «scoperto» in extremis da Lippi, ha pur sempre 30 anni. Uno in meno di Andrea Pirlo, che trequartista vorrebbe tornare. Siamo a metà del guado, come insegna la parabola di Raffaele Palladino, un ‘84 che la Juventus ogni estate non sa se lasciare dov’è (al Genoa) o riportare a casa.

fonte: la stampa

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