Milan, editoriale di Ziliani sul “circo” rossonero

Calcio

MILAN – Se il governo di centrodestra, con decreto legge urgente, modificasse le regole del campionato di calcio e annunciasse che lo scudetto, d’ora in poi, non verrà più vinto dalla squadra che totalizza il maggior numero di punti, ma da quella capace di portare il maggior numero di spettatori negli stadi, per ammirare i suoi campioni, Berlusconi vedrebbe finalmente coronato il suo sogno: fare del Milan la squadra più forte in assoluto – non solo in Italia, ma nel mondo – e vincere i prossimi 5-6 scudetti e le prossime 5-6 Champions League, magari non dopo avere richiamato Beckham e aver convinto Ronaldo, anche se ormai sopra i 100 chili, a tornare in rossonero per le sue ultime, suggestive esibizioni. Insomma: se vuoi convincere tutti che la strada giusta, per primeggiare nel calcio, è quella di imbarcare attrazioni internazionali un po’ come al Circo Medrano, da Rivaldo a Ronaldo, da Vieri a Ronaldinho, da Beckham a Ibrahimovic a Robinho, trapezisti, giocolieri e acrobati, avanti c’è posto, basta poco: basta dire che l’importante non è vincere, ma esibirsi. E non c’è dubbio che come si esibiscono le “foche” del Milan, da qualche anno a questa parte, non si esibisce nessuno.

Sabato il Nuovo Circo Rossonero ha piantato le tende in Romagna, a Cesena, e pur nella ristrettezza del palcoscenico ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni. Pubblico che è tornato a casa estasiato, e c’è da capirlo: in un colpo solo, pagando lo stesso biglietto che avrebbe pagato per ammirare le attrazioni-Del Piero, Pepe e Quagliarella, ha potuto seguire da vicino le evoluzioni di Ronaldinho, Ibrahimovic, Pato, Robinho e Inzaghi, tutti insieme appassionatamente nella stesso spettacolo, emozionarsi e poi gioire – al fischio finale – per la vittoria del Cesena, e cioè la squadra del cuore. Poco più di uno sparring-partner, s’intende: anche se alla fine, con un gol di Bogdani, volonteroso centravanti albanese, e un gol di Giaccherini – che se si chiamasse Giaquerinho sarebbe stato acquistato a fine match da Adriano Galliani -, il Cesena, per l’appunto, ha vinto la partita e ha portato a casa i 3 punti. Due a zero e un pugno di mosche per le abbaglianti, rutilanti All Stars in maglia rossonera.

Noi lo diciamo da anni e ci ripetiamo: a meno che il governo, appunto, non inventi un decreto legge che premi l’esibizione e penalizzi i punti in classifica, questo Milan di “foche” non vincerà più niente. Qualche partita, forse, magari con contorno di fuochi d’artificio, specie se l’avversario si chiama Lecce e se lo spettacolo va in scena a San Siro; ma quei trionfi che si chiamano scudetto e Champions League, quei traguardi che si raggiungono con la continuità di rendimento, con la fatica e il cuore di chi tira la carretta, con il giusto mix di genio e sudore, e soprattutto con l’equilibrio in campo, tutte queste belle cose il Milan di oggi se le può scordare.

Vedere ancora Pirlo, Ambrosini e Gattuso, tre monumenti di casa Milan ormai vicini al capolinea, sputare l’anima nel tentativo di tenere in piedi una baracca che minaccia di crollare ad ogni refolo di vento, regolarmente presi d’infilata dalla corsa sfrenata di carneadi che rispondono al nome di Parolo e Nagatomo; vedere Ronaldinho e Ibrahimovic andare per margherite mentre Giaccherini e Schelotto – non esattamente Garrincha e Pelè – fanno il bello e il cattivo tempo, corrono per 4 e mettono a ferro e fuoco la difesa del Milan; vedere una collezione di fuoriclasse super-milionari messa sotto e umiliata da un drappello di umili ma obbedienti pedatori di provincia; vedere tutto questo, a distanza di anni dagli ultimi trionfi di un Milan che pure aveva trovato nello schema ad albero di Natale (un capolavoro di equilibrio con una punta, Inzaghi, più due mezze punte, Kakà e Seedorf) la sua ricetta miracolosa, sgomenta e fa tenerezza. E mentre c’è addirittura chi chiede ad Allegri di osare di più mettendo in campo la rilucente batteria dei “magnifici 4” (leggi: Pato, Ibrahimovic, Ronaldinho e Robinho), la verità è che il neo-allenatore del Milan ha già capito di che morte dovrà morire: con un Ronaldinho che una partita sì e l’altra no si trasforma in spettatore e lascia la squadra in 10, con un Pato e un Robinho che non sanno nemmeno che cosa significhi la definizione “fase difensiva” e con un Ibrahimovic campione del mondo nella specialità “datemi la palla che ghe pensi mi!”, per Allegri – abituato a vedere Lazzari, Cossu e Jeda scattare sull’attenti ai suoi ordini – si preannuncia notte fonda.

Magari ci sbagliamo, ma l’impressione è questa: il Milan 2010-2011, quello del ritorno alle stelle milionarie, regalerà di quando in quando emozioni fortissime, specie a San Siro e preferibilmente contro Bologna e Auxerre piuttosto che contro Inter e Chelsea, ma a fine stagione – ci scommettiamo – non avrà vinto nulla. Sempre che i 3 punti che fanno classifica, e i goal che in Europa fanno passare il turno, continuino ad avere un valore.

Fonte: Paolo Ziliani per paoloziliani.it

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