Sempre più al centro dei dibattiti sportivi, l’evoluzione del calcio e del ruolo della medicina all’interno del calcio, è diventata argomento di grandissima attenzione dopo i numerosi casi di campioni scomparsi per cause misteriose o a causa di malattie incurabili avvenute negli ultimi anni. Si è spesso cercato di trovare una causa unica a queste morti improvvise di atleti, soprattutto reduci da un periodo in cui, a differenza di quanto accade oggi, si percepiva maggiore lassismo in merito ai farmaci da utilizzare ed ai trattamenti da intraprendere durante la vita sportiva. E la conferma di un atteggiamento abbastanza libertino, che spesso non valutava le conseguenze di certi comportamenti, è arrivato anche da un campione assoluto come Beppe Bergomi che ha vissuto certamente il passaggio da una dimensione molto meno professionale ad una attenta e puntigliosa, a livello medico, a cavallo tra gli anni ’80, ’90 e 2000. Proprio l’ex difensore dell‘Inter e della Nazionale italiana ha così suonato l’allarme dibattendo proprio sulle sostanze assunte in passato, all’epoca dei fatti non considerate come dopanti o dannose: “I messaggi che sono usciti sono messaggi importanti – ha spiegato ai microfoni di RSI – : per ottenere determinati obiettivi non devi passare per determinati sotterfugi. Questa è una cosa che ho sempre cercato di inculcare nei giovani. A livello professionistico, facendo anche tanti passi indietro, io non è che sia esente… Dico che magari alcune sostanze che adesso sono doping, nel 1979-80 quando ho iniziato io, si potevano prendere. A volte sono anche preoccupato per quello che ho preso o mi hanno dato. Le società adesso sono cresciute e danno un livello di informazione elevato. Poi penso che un giocatore debba sempre chiedere al suo medico. Qui sta anche nell’intelligenza dell’allenatore e di chi ti guida nel distribuire i carichi di allenamento. Se hai caricato oggi, domani non puoi proporre determinati allenamenti”.
Mauro Piro – www.calciomercatonews.com
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