INCHIESTA – Il lato oscuro del calcio globale (parte 2): intervista a Pippo Russo

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Nella scorsa intervista avevamo parlato dei fondi d’investimento attivi in Spagna e Portogallo. Più di un indizio consiglia di estendere il raggio d’attenzione anche a paesi come l’Azerbaigian (ormai famoso lo sponsor sulle magliette dell’Atletico Madrid) e la Russia (dove lo Zenit può contare su diversi giocatori provenienti dal Benfica).

Le chiediamo subito: il fenomeno delle TPO è quindi attivo anche in paesi dell’est Europa?

Le TPO sono una realtà consolidata nell’Est Europa, ma se ne parla poco per ragioni svariate. Innanzitutto c’è una struttura del mercato in cui la promiscuità fra impresari di calciatori, club e istituzioni del calcio è pressoché totale. I proprietari dei club sono anche agenti di molti calciatori che hanno sotto contratto per il club e in qualche caso sono anche presidenti di federazione nazionale o di lega professionistica. Chiaro che in presenza di un intreccio così profondo la questione della TPO venga percepita come il contrario di un’anomalia. E ciò non può non avere conseguenze nella visione che la stampa locale ha del fenomeno. Magari molti giornalisti sono anche conniventi rispetto a questo sistema, ma in linea generale è più frequente che essi non lo percepiscano perché hanno sempre raccontato un mercato del calcio e dei calciatori in cui non è mai esistita una separazione dei ruoli e dei poteri. Non si può nemmeno elaborare l’idea di “terza parte”, poiché le singole parti non esistono: sono fuse in un tutt’uno. Aggiungo un’ulteriore difficoltà rispetto all’incidenza delle terze parti nei paesi dell’Est Europa, e si tratta di una difficoltà di cui facciamo esperienza noi osservatori esterni: la barriera linguistica. Molta parte del nostro lavoro si basa sulla possibilità di reperire e maneggiare le cosiddette “fonti aperte” sul web. Ma nel caso dei paesi dell’Est la lettura ei documenti in lingua originale risulta impossibile, né ci si può fidare delle traduzioni automatiche. Senza una decente conoscenza delle lingue locali o un contatto che aiuti a decodificarle, l’acquisizione delle informazioni provenienti da quel quadrante geografico è molto complicata‘.

La Fifa ha finalmente deciso di vietare i fondi d’investimento nel mondo del calcio. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una simile mossa? Così facendo si argineranno una volte per tutte le stranezze e i guadagni facili delle TPO?

Per quanto mi riguarda, dalla messa al bando delle TPO vedo solo vantaggi. Il problema è capire quanto effettiva e efficace riesca a essere la misura. Non è la prima volta che la Fifa interviene per regolamentare la questione e impedire che le terze parti operino. La riformulazione dell’articolo 18 del Regolamento sullo Statuto e i Trasferimenti dei Calciatori, effettuata nel 2007 con l’aggiunta di un’estensione bis, mirava proprio a questo. Ebbene, da allora l’azione delle TPO non soltanto non è stata arginata, ma è addirittura dilagata. Adesso la circolare 1464 dello scorso dicembre pretenderebbe di cacciarle una volta per tutte, ma temo che non siano stati approntati strumenti sufficienti per raggiungere l’obiettivo. Il divieto rischia di rimanere un’arma spuntata’.

Che fine faranno tutti quei fondi (basti pensare a Doyen Sport e simili) che dal 1 maggio verranno banditi dalla Fifa? Si trasformeranno in altre strutture o cesseranno semplicemente di esistere?

Intanto va sottolineato che i fondi d’investimento non se ne sono certo rimasti in posizione passiva, a subire le conseguenze della circolare 1464. Giusto nei giorni scorsi è stata confermata una notizia che era nell’aria: un ricorso depositato da Doyen presso la Commissione Europea, attraverso cui si attacca la Fifa per abuso di posizione dominante in materia di organizzazione delle competizioni calcistiche internazionali. E il fatto che Doyen abbia arruolato per la conduzione della controversia l’avvocato belga Juan-Louis Dupont, cioè colui che condusse la battaglia legale coronata dalla Sentenza Bosman, è un segnale molto forte. Ma al di là della lotta per la loro sopravvivenza, i fondi d’investimento stanno già ridisegnando il proprio profilo. La formula del fondo ha probabilmente fatto il proprio tempo, è ormai troppo chiacchierata‘.

Qualche agente ‘ben accorto’ ha pensato bene di cambiare strategia: non più investire sul cartellino dei giocatori bensì acquistare intere società per gestire i propri traffici come se niente fosse successo. Ci fa qualche esempio in merito per meglio capire come funziona questo meccanismo sempre più dilagante in Sud America e Portogallo?

Gli investitori comprano i club e da lì fanno girare i propri calciatori. Realizzano transazioni finanziarie avendo sotto il proprio controllo l’intero ciclo dell’affare. Garantiscono ai propri calciatori la possibilità di valorizzarsi, ciò che senza il posto sicuro in squadra sarebbe impossibile. Si spiega così lo shopping di club che molti impresari di calciatori stanno facendo. Capofila di questa modalità d’azione è stata la Traffic Sport, un’agenzia brasiliana che agisce nel calcio a 360 gradi: diritti economici di calciatori ma anche soltanto procure per la gestione delle carriere, pubblicità e marketing sui grandi eventi o negli stadi, diritti televisivi, e infine proprietà e controllo dei club. Traffic è arrivata a controllare il Desportivo Brasil, il Fort Lauderdale Strikers (franchigia della rinata NASL Usa) e il club portoghese dell’Estoril. E sembra una contraddizione che, giusto nel momento in cui le terze parti si lanciano verso l’acquisto dei club, proprio Traffic che è stata pioniera di questa modalità stia dismettendo i propri. Il Desportivo Brasil è finito sotto il controllo di Joseph Lee, un agente thailandese con passaporto cinese che attraverso l’agenzia Kirin Soccer importa calciatori brasiliani nel campionato cinese. I Fort Lauderdale Strikers sono stati ceduti a un gruppo di investitori brasiliani. E quanto all’Estoril, giusto in questi giorni i quotidiani portoghesi parlano con insistenza di una sua cessione. Gli esempi sono innumerevoli, e farli tutti porterebbe via troppo tempo. Si va da Gustavo Mascardi che compra l’Alcobendas in Spagna al padre di Neymar che con l’agente Wagner Ribeiro si annette l’Uberlandia Esporte Clube, un piccolo club brasiliano. O Eduardo Uram, uno dei più potenti agenti brasiliani che lavora assieme a Lee per portare i calciatori del suo Paese in Cina, e che controlla l’Avai e la Tombense in Brasile. I portoghesi del Leixoes sono appena finiti sotto il controllo di una società brasiliana chiamata J Winners, dietro cui però ci sarebbero investitori europei. E c’è anche il caso di un gruppo di investitori argentini che sta cercando in ogni modo di acquisire club in Europa. A capitanare questo gruppo c’è l’avvocato Ricardo Pini, che fino a pochi mesi fa controllava il club cileno dei Rangers Talca, finito nel 2012 nell’inchiesta dell’agenzia delle entrate argentina (AFIP) sulle triangolazioni di calciatori. Al suo fianco c’è Humberto Grondona, figlio dell’ex presidente-autocrate della feredrcalcio argentina nonché ex vicepresidente della Fifa, Julio Grondona, scomparso a settembre 2014. Humberto Grondona è anche presidente dell’Arsenal Sarandi, club della serie A argentina. Pini e Grondona hanno tentato a più riprese di acquistare il Girona, club della B spagnola, ma si sono interessati anche agli scozzesi del Saint Mirren. La lista potrebbe estendersi ancora a lungo‘.

Fondi d’investimento e club di Serie A: esiste qualche caso plateale degli ultimi mesi che le cronache sportive hanno lasciato fuori dalle loro narrazioni?

Diversi trasferimenti di calciatori sono sospetti. L’andata e ritorno di Cerci, per esempio. O il passaggio dell’argentino Joaquin Correa dall’Estudiantes alla Sampdoria. Occhio ai calciatori che provengono dal Belgio e sono controllati da fondi qatarioti attraverso il club Al Arabi: Maxime Lestienne del Genoa e Paul-Jose Mpoku del Cagliari. Marcelo Estigarribia, attualmente tesserato dall’Stalanta, ha ammesso durante un’intervista rilasciata a Sportweek di essere sotto il controllo di un fondo d’investimento, il General Soccer Management. Carlos Carbonero e Kevin Mendez, acquistati dalla Roma e girati a Cesena e Perugia, erano sotto il controllo di fondi d’investimento. Doyen ha nel proprio sito ufficiale le schede di Alvaro Morata, Felipe Andrerson e l’ex meteora granata Ruben Perez. E poi ci sono i casi clamorosi dei calciatori controllati da Gustavo Mascardi, come Juan Iturbe e Paulo Dybala. Ma di tutti questi casi si parla con tono minimizzatorio‘.

Caso Parma: da dove nasce secondo lei lo sgretolamento dei Ducali? Colpa soltanto di una società poco attenta o di un sistema calcio, quello italiano, da rifondare?

‘L’uno e l’altro motivo. La vicenda del Parma è a mio avviso l’effetto di un gioco sfuggito di mano, ma si tratta dello stesso gioco che fanno molti altri club di A: movimentare in modo vorticoso calciatori sul mercato. Diciamo che a Parma hanno fatto in modo straordinariamente grossolano ciò che altrove fanno in modo ordinariamente grossolano. Ma va detto pure che nella serie A attuale ci sono situazioni societarie gravi non meno di quella del Parma. Il che fa vedere quanto fallimentare sia il sistema calcio italiano. Che certamente è da rifondare, ma temo debba prima passare attraverso la catastrofe‘.

Le società italiane sempre più spesso sperano nell’ingresso in società di qualche ricco imprenditore straniero così da aggiustare i bilanci ballerini. L’azionariato popolare (modello Barcellona o modello tedesco del 50%+1 stile Bayern) potrebbe essere una valida soluzione?

‘Non credo alle formule buone in sé né ai modelli importati dall’estero. Il 50% + 1 non si può imporre per decreto né è pensabile procedere all’esproprio per restituire il controllo alla base associativa, di cui fra l’altro nell’esperienza italiana esistono poche e giovani esperienze. Né l’azionariato popolare in sé è un’assicurazione di trasparenza e sana gestione dei club. La forte base associativa non ha messo Real Madrid e Barcellona al riparo dall’essere due fra i club più indebitati al mondo, né al Barça di vedere la presidenza di Sandro Rosell decapitata dallo scandalo legato all’acquisto di Neymar e ai misteriosi percorsi presi dai denari di quella transazione. Bisogna fare in modo che si istituisca una reale partecipazione democratica da parte dei tifosi, e ciò si realizza soltanto mettendoli nelle condizioni di controllare la governance attraverso propri rappresentanti in consiglio d’amministrazione e la totale trasparenza degli atti di gestione. Qualsiasi altra formula è soltanto un esercizio di teoria privo senza alcuna capacità di presa‘.

Gli sceicchi sembrano aver perso appeal. Oggi va di moda la figura del ricco investitore cinese. Secondo lei l’ingresso di magnati asiatici come Wang Jianlin nel mondo del calcio (con l’acquisto di Infront, di percentuali dell’Atletico Madrid e tentativi per quote del Milan) è un fattore positivo?

‘Non credo che gli sceicchi abbiano perso appeal o si siano ritirati. Semmai intervengono in modo più mirato, e costruiscono delle proprie reti per colonizzare il movimento. Sollecito sempre a guardare le manovre che avvengono in Qatar, oggetto di un approfondimento che faccio in queste settimane. C’è semmai da dire che l’intervento di capitali provenienti dal Sud Est asiatico o dalla Cina ha ampliato lo spettro degli investitori esteri in Italia. E non si sta parlando soltanto di acquisizione dei club, perché nel caso del Dalian Wanda Group che compra Infront siamo alla messa sotto controllo della leva televisiva. Cioè il tubo dell’ossigeno per un movimento calcistico totalmente incapace di costruirsi una patrimonializzazione alternativa ai diritti tv. La conseguenza è che prevedo un campionato sempre più disegnato per soddisfare i gusti del pubblico asiatico. E ci sta che in questo senso possa esserci un rilancio. Se davvero Dalian Wanda vorrà far tornare il calcio italiano a essere un oggetto mediaticamente appetibile sul mercato globale, può farlo a costo di fatiche relative. Ha comprato un oggetto deprezzato ma ancora in possesso di un suo appeal, derivante da ciò che il calcio italiano è stato fino a ancora qualche anno fa. E si trova a fare i conti con un movimento in piena decadenza, screditato nei suoi vertici politici e con un livello desolante per quello che riguarda le dirigenze dei club. Le condizioni ottimali per imporre degli indirizzi. Chi potrebbe mai mettersi di traverso al nuovo padrone, specie se questo porta con sé una mole smisurata di capitali freschi e manovra la sola leva di ricchezza per l’intero movimento? Dunque, lo scenario è che via Infront i cinesi lavorino a un rilancio della serie A sul mercato globale. Quanto alle modalità di questo rilancio, è bene avere le idee chiare: non dipenderanno da scelte fatte in Italia. Se poi davvero gruppi cinesi o del Sud Est asiatico dovessero acquisire club italiani, si farebbe un passo ulteriore verso quella direzione. Se è un bene o un male? Non saprei. Di sicuro non è l’arrivo dello straniero a farmi strappare i capelli, se lo straniero prende il posto del magliaro indigeno. Se questo paese non riesce più a esprimere una classe imprenditoriale me dirigente capace di guidare un rilancio del calcio, inutile strillare contro le proprietà straniere. Sorvegliamo piuttosto sul modo in cui queste lavorano’.

Fosse al posto di Blatter, quale sarebbe la sua ricetta per far cessare l’economia sotterranea, quella di cui parla nei suoi scritti e che ruota attorno al mondo del pallone?

Premesso che se si è arrivati a questo punto è soprattutto colpa di Blatter, e che la sua crociata contro le TPO è tardiva e inefficace; e premesso che il prossimo presidente della Fifa potrebbe essere Luis Figo, cioè un uomo di Jorge Mendes che avrebbe come principale missione togliere ogni ostacolo alle TPO; premesso ciò al presidente della Fifa chiederei di affrontare dell’economia parallela del calcio globale avviando una vasta azione politica di costruzione di coalizioni con agenzie governative nazionali e internazionali, oltreché attraverso una stretta efficace all’interno del mondo del calcio. Misure semplici come l’assoluta trasparenza dei contratti di compravendita dei calciatori, e dei contratti d’ingaggio stipulati fra i calciatori e i club. Tutti dovrebbero sapere quale sia la cifra REALE delle transazioni, in quali tasche finiscano i soldi e in quali paesi di destinazione approdino i flussi finanziari. Detto ciò, il sistema calcio dovrebbe trovare il modo di tassare in modo pesante le transazioni finanziarie che coinvolgano le terze parti. E poiché le istituzioni calcistiche possono colpire i club ma non le terze parti (poiché queste sono esterne all’ordinamento calcistico), bisognerebbe trovare il modo per rendere pesantemente sconvenienti ai club le transazioni che coinvolgano terze parti, adottando un sistema di sanzioni economiche che contragga drasticamente o azzeri il loro margine di guadagno. State certi che una misura del genere sarebbe molto più efficace di qualsiasi divieto fatto alle TPO di essere protagoniste nel mondo del calcio. Sul versante esterno, il capo del calcio mondiale dovrebbe costruire alleanze coi soggetti istituzionali nazionali e sovranazionali cui facevo riferimento prima. E ciò dovrebbe essere realizzato per realizzare due obiettivi. Il primo è un’operazione di desclosure da fare nei confronti di questi fondi d’investimento che continuano a essere soggetti opachi per struttura e finanziatori. Si potrebbe così rispondere alla domanda più impellente: da chi e da dove provengono i denari di questi fondi d’investimento? Il secondo obiettivo riguarda la tutela del calciatore come persona. I fondi d’investimento che scommettono sui diritti economici di un calciatore compiono un’operazione da definire in un solo modo: cartolarizzazione di un essere umano. Una cosa che va contro la dignità della persona e i suoi diritti di libertà. Mi fa specie che né la Fifa né l’Uefa abbiano avuto la forza di imporre questo argomento, soprattutto in sede di istituzioni europee dove certamente troverebbe ascolto. È quando riscontro defaillances come questa che mi chiedo quanto davvero seria sia l’intenzione di combattere le TPO da parte di chi governa il calcio a livello internazionale‘.

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