Inchiesta – Il Benfica? Vivo grazie alle plusvalenze dei fondi d’investimento

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Affidarsi a terze parti per sopravvivere. Quella che da anni consente al Benfica di essere ancora in vita – e di venir considerato un club di tutto rispetto in campo internazionale – è una pratica molto diffusa in Portogallo. Se questa nazione è stata definita la patria per eccellenza dei fondi d’investimento in Europa, nonché punto di contatto con le TPO sudamericane, ci deve essere un motivo ben chiaro. Qui le squadre più importanti vivono in simbiosi con terze parti e le ‘Big Three‘ (Porto, Sporting Lisbona e Benfica) sono il manifesto di una scelta economica non sempre limpida ma sicuramente conveniente.

Le Águias dal 30 settembre 2009 al 30 settembre 2014 hanno potuto contare sull’apporto del Benfica Stars Fund, niente meno che un un fondo d’investimento di proprietà di una delle principali banche lusitane: il Banco Espirito Santo. Controllando quote più o meno ampie del cartellino di giocatori del Benfica, l’istituto ha realizzato, grazie a varie cessioni, ingenti plusvalenze e profitti. Non solo: il club portoghese è sponsorizzato dallo stesso istituto di credito ed è anche quotato in borsa particolare che rende pubbliche tutte le operazioni economico-finanziarie svolte. Sempre nel 2009 le Águias vendono i diritti economici di 12 giocatori al Benfica Stars Fund in cambio di denaro e, al contempo, spendono 6 milioni di euro per acquistare il 15% dello stesso fondo. Il meccanismo si è quindi attivato alla luce del sole e in perfetta quanto sconcertante legalità: un club in crisi economica, il Benfica, cede quote dei suoi calciatori a un fondo, Benfica Stars Fund, per ricevere denaro in contanti. Quando gli stessi giocatori vengono venduti dal Benfica ad altre squadre, parte dell’offerta – che in linea teorica spetterebbe solo al club lusitano – viene spartita con il fondo a seconda delle percentuali che questo ha investito. Insomma, un bel guadagno per ambo le parti.

IL MECCANISMO – Con un bilancio da aggiustare il Benfica decide di cedere a un fondo d’investimento quote di percentuale dei diritti economici sul cartellino di alcuni suoi giocatori in cambio di denaro contante. La situazione è ben descritta da un estratto del Corriere della Sera: ‘Una giovane speranza brasiliana sbarca in Europa e da queste parti ottiene presto un passaporto comunitario. Il giocatore conferma le attese e la società invece di cederlo al primo offerente ne vende una percentuale a un fondo di investimento, incassando subito qualcosa ma tenendo il gioiellino un altro paio di anni. La quotazione cresce e con essa la plusvalenza, che fa contento il club, il fondo e naturalmente il calciatore stesso‘. Insomma, quando la sua quotazione inizia a lievitare il ragazzo è pronto per essere ceduto. Ricapitolando: il Benfica vende i suoi giocatori ad altre squadre. La maggior parte di questi giovani, come detto, è controllata dal Benfica Stars Fund il quale va a trattenere parte dell’offerta che di norma spetterebbe alla società lusitana. Grazie a entrate simili il fondo ha modo di continuare i suoi investimenti riacquistando i nuovi giocatori intanto approdati nel club che seguiranno poi lo stesso percorso dei loro colleghi. Un ciclo infinito e, apparentemente, privo di debolezze.

LE CESSIONI – Un rapido excursus sulle recenti cessioni del Benfica dimostra quanti campioni di livello assoluto il club portoghese abbia fatto conoscere all’Europa. Tra il 2010 e il 2011 i due nomi più importanti sono quelli di David Luiz e Di Maria entrambi, si scopre, controllati in parte dal Benfica Stars Fund. Il fondo detiene il 25% del difensore, acquistato nel settembre 2009 per 4,5 milioni di euro, e il 20% dell’argentino, prelevato per 4,4 milioni. Il primo è stato ceduto nel 2011 al Chelsea per 25 milioni di euro, il secondo è giunto al Real Madrid per la stessa cifra più bonus un anno prima: il che significa che il fondo ha guadagnato da queste due cessioni rispettivamente circa 11 milioni di euro (più eventuali bonus). Nell’estate 2010 tiene banco anche la cessione di Ramires. Il brasiliano, arrivato al Benfica nel 2009, prima di trasferirsi al Chelsea, subisce un trattamento particolare. Nel giugno 2010 il 50% del suo cartellino viene acquistato da Jazzy Limited – un’agenzia inglese secondo alcuni diretta dall’agente Kia Joorabchian – per 6 milioni di euro; due mesi dopo è ufficiale il passaggio di Ramires al Chelsea per 22 milioni di euro. In questo caso non c’entra niente il Benfica Stars Fund ma il risultato non cambia: chiunque fosse a capo del fondo d’investimento, ha guadagnato un bel gruzzoletto. Nella stagione successiva citiamo l’operazione Coentrao. Il terzino va al Real Madrid per 30 milioni di euro; nel 2009 il Benfica Fund Stars aveva prelevato il 20% del cartellino del giocatore per una cifra pari a 3 milioni di euro. Il guadagno del fondo qui si aggira intorno ai 6 milioni. Nel 2012 Javi Garcia, il cui 20% è viene controllato dal solito fondo, passa al Manchester City per 20 milioni di euro più bonus (incasso della TPO di 4 milioni oltre ai bonus eventuali). Si potrebbe continuare fino all’estinzione del fondo e scoprire come il Benfica Stars Fund abbia incassato in tutto una somma stimata in circa 23 milioni di euro, escluso il guadagno derivante da alcune operazioni ‘undisclosed‘ (riservate).

IL CAPITOMBOLO – Nell’estate 2014 il Banco Espirito Santo, proprietario del Benfica Stars Fund, inizia a traballare. A causa di uno scandalo che vede coinvolta la famiglia che ha creato l’istituto e della crisi economica che imperversa in Europa, il Bes viene travolto e rinasce con un altro nome: Novo Banco. Decisiva l’iniezione di oltre 4 miliardi di euro – soldi pubblici – da parte del governo portoghese. Ovviamente tutto ciò tocca direttamente anche le vicende del Benfica. Secondo quanto riportato dall’Expresso, Bes forniva al club lusitano un credito annuo di circa 70 milioni di euro, con rinnovo automatico ogni tre mesi. Con la sua dissoluzione si scoprono tutti i debiti del Benfica: il club deve, oltre alla cosiddetta ‘conta caucionada‘ dell’istituto, anche 85 milioni di euro di obbligazioni in scadenza e titoli del debito breve del valore di quasi 25 milioni di euro. Totale: circa 200 milioni di euro da rimborsare entro la fine del 2014. Ecco spiegato lo smantellamento compulsivo nella scorsa estate di gran parte dell’organico: Oblak finisce all’Atletico Madrid, Markovic al Liverpool. Garay allo Zenit, Andrè Gomes e Rodrigo al Valencia, Cardozo al Trabzonspor. In più ecco la cessione a un non specificato fondo d’investimento di tre giovani appartenenti alla squadra ‘b’ che ha fruttato al Benfica 30 milioni di euro. Chiaro l’obiettivo della società: cercare di raccimolare i 200 milioni di euro richiesti per saldare il debito. Intanto nel settembre 2014 il Benfica si vede costretto a prelevare la percentuale rimanente del Benfica Stars Fund (come spiegato il 15% era già di sua proprietà, la rimanente era invece controllata dal Bes). Questo – come riportato sul regolamento – fu creato nel settembre 2009 con una durata di validità ‘chiusa’ per un periodo di 5 anni, teoricamente prorogabile. Le Águias, nonostante una situazione economica apparentemente non florida, si vedono quindi costrette a pagare 28,9 milioni di euro per l’acquisto dell’85% rimanente del fondo per la sua estinzione. La società si riappropria dei mancanti diritti economici di nove giocatori: Airton (40%), Djuricic (20%), Franco Jara (10%),Gaitán (15%), Maxi Pereira (30%), Nelson Oliveira (25%), Ruben Amorim (50%), Sulejmani (25%) e Urretaviscaya (20%). La campagna di smantellamento prosegue anche nel calciomercato invernale dove Enzo Perez viene ceduto al Valencia per 25 milioni di euro. Una stranezza da non sottovalutare è che diversi giocatori in uscita dal Benfica finiscono in club in cui l’influenza di Jorge Mendes è piuttosto forte (altro ruolo chiave svolto dai fondi d’investimento?). D’altronde i colpi più importanti nel passato delle Águias hanno portato la firma dell’agente portoghese, cioè lo stesso broker impegnato recentemente nella costruzione di nuove realtà quali Atletico Madrid, Valencia e Monaco. Mentre il sistema economico del Portogallo collassa il Benfica, senza più l’aiuto del suo fondo, si vede costretto a vendere i suoi pezzi pregiati. Una storia d’amore, quella tra il glorioso club portoghese e le TPO, finita nel peggiore dei modi.

LE CONSEGUENZE – Grazie a un accurato lavoro di intermediari, abili nel prelevare per lo più dal mercato brasiliano diversi talenti in erba, e alla simbiosi con il Benfica Stars Fund, il Benfica è riuscito in pochi anni a scalare diverse posizioni del ranking UEFA dando una spallata alle solite gerarchie. Il meccanismo appena descritto si è incuneato rapidamente in un terreno fertile come quello lusitano fino a diventarne il simbolo. Nessuno si meravigli se il calcio portoghese supera quello italiano sia in termini di risultati sia, soprattutto, in chiave economica. Un’inchiesta di Milano Finanza del maggio 2014 ha sottolineato come le azioni di squadre portoghesi siano i titoli di borsa calcistici che hanno fatto meglio dall’inizio di quell’anno. Il Benfica, a discapito di un bilancio relativo alla stagione 2012-2013 in rosso di 10,4 milioni di euro, nel periodo dell’indagine registra una crescita del 54% riuscendo a recuperare la perdita accumulata dal 2011. La causa di un boom simile? I fondi d’investimento. Ma si è anche notato che, con la crisi del Banco Espirito Santo e la conseguente chiusura del Benfica Fund Stars, il Benfica abbia di fatto dovuto smantellare la propria squadra per pagare i numerosi debiti accumulati nel corso degli anni ma fin qui sempre coperti dall’azione delle TPO.

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