L’editoriale di Condò: il Lione e la favola Champions

Calcio

MILANO – Per quanto il risultato dell’andata abbia lasciato aperto ogni discorso, è difficile non vedere nel Bayern il naturale favorito della semifinale «povera». Al di là di una supremazia tecnica che la perdita di Ribery riduce ma non azzera, in questa Champions i tedeschi sono sopravvissuti a una tale quantità di «dentro o fuori» da far pensare che il destino li abbia scelti come finalisti (e speriamo niente di più, nel caso a Madrid ci fosse l’Inter) fin dall’estate. Se nel girone la Juve avesse vinto a Bordeaux, il Bayern sarebbe retrocesso in Europa League; stessa storia se poi non avesse espugnato Torino; negli ottavi a Firenze è stato virtualmente eliminato per mezz’ora; nei quarti a Manchester si è ritrovato sotto di tre gol dopo 40 minuti, battuto e liquidato. Il Bayern ha saputo risalire ciascuno di questi abissi, pronosticarlo in finale è niente più che rispettare un osso così duro da rodere. Esaurita la doverosa premessa, però, non c’è dubbio che il convitato più interessante al tavolo delle semifinali sia il Lione in quanto club che vende, a differenza di Bayern, Inter e Barcellona che di solito comprano. Negli ultimi anni i francesi hanno incassato vagonate di euro cedendo due generazioni di campioni; un pezzo alla volta, il presidente Aulas prima ha disfatto il formidabile centrocampo Essien-Diarra-Juninho, poi ha lasciato partire Abidal e Malouda, infine si è accomiatato dai gioielli cresciuti nel vivaio Benzema e Ben Arfa. Il fatto che in Champions quelle celebrate stelle si siano sempre spente ai quarti, mentre questo Lione apparentemente minore è riuscito a varcare le colonne d’Ercole delle final four, testimonia del buon lavoro di Claude Puel ma anche del fiuto di Aulas, che durante il ciclo dei sette scudetti consecutivi ha licenziato più di un allenatore, confermando invece il primo — Puel appunto — che gli ha fatto chiudere una stagione a mani vuote. Traducendo in campo una gestione economicamente sostenibile, il Lione oggi è un bel portiere col cartellino del prezzo già esposto ( Lloris), l’ultimo mohicano dello squadrone di Le Guen e Houllier (Cris), una delle tante brave punte argentine che si sono inventate una carriera in Europa (Lisandro Lopez), i verdi talenti sui quali è stato investito l’incasso di Ben Arfa e Benzema (Pjanic, Cissokho). Forse non sarà abbastanza per tagliare la strada al Bayern, di certo lo è per spiegare all’Europa cosa sia il fair play finanziario.

Fonte: Gazzetta dello Sport

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