Mondiali 2010, Ziliani contro Lippi: “Ha sfasciato prima la Juve poi la Nazionale”

Calcio

MILANO – Siamo sinceri: anche noi che nutriamo una profonda disistima nei confronti di Marcello Lippi, sia come uomo sia come allenatore, mai avremmo pensato di vedergli compiere un capolavoro di inettitudine (professionale) e di spocchia (umana) come quello compiuto nella lunga e tragicomica “missione-Sudafrica”. E poiché nel calcio, come nella vita, nulla accade per caso, gli ultimi fotogrammi della già leggendaria Italia-Slovacchia 2-3 (catalogabile alla voce: “terza Corea” del calcio italiano dopo Italia-Corea del Nord 0-1, c.t. Fabbri, mondiale ’66, e Italia-Corea del Sud 1-2, c.t. Trapattoni, mondiale 2002) sono già nella storia e illustrano meglio di ogni commento lo sfacelo azzurro 2010 targato Lippi. Il primo fotogramma è Pepe che al minuto 96, nell’ultimo assalto italiano alla porta slovacca, svirgola a due passi dalla porta – e spara fuori – un pallone colpito col piede destro invece che col sinistro, di interno invece che di esterno, da giocatore mediocre qual è, appunto, Pepe; un pallone che né Totti, né Balotelli, né Cassano, né Miccoli, né Borriello avrebbero mai sbagliato, essendo a differenza di Pepe, e della sfilza di comprimari portati da Lippi in Sudafrica, campioni veri; il secondo fotogramma è Lippi che al fischio finale dell’arbitro fa segno a Weiss, c.t. slovacco, di non volergli stringere la mano e sgattaiola via, come un bambinone dell’asilo mai cresciuto, senza nemmeno la dignità di fermarsi a spiegare all’esterrefatto collega il perché di tanta mancanza di educazione e di fair-play, in questo oscurando – per cafonaggine – anche il supercafone Domenech che al termine di Francia-Sudafrica 1-2, a eliminazione consumata, si era rifiutato di dare la mano a Parreira, ma se non altro gli aveva concesso la “cortesia” di una spiegazione.

L’Italia fuori dal mondiale 2010 al pronti-via, ultima in classifica in un girone di risibile difficoltà come quello con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, è una cosa che non sta né in cielo né in terra: e chi mastica un po’ di calcio lo sa perfettamente. L’Italia eliminata dopo 3 partite, con 2 pareggi, 1 sconfitta e la bellezza di 5 (diconsi cinque) gol subiti, dopo tre partite una più brutta dell’altra giocate in continua, progressiva e irreversibile involuzione, l’ultima in totale confusione e in completa balìa di giocatori – tolto Hamsik – mai sentiti nominare, è il meritato capolinea di una nazionale che Lippi – col placet di una Federazione colpevole e connivente – ha scientificamente, ostinatamente stravolto fino a trasformarla in un’Armata Brancaleone improbabile e grottesca.

Diciamolo: più che il commissario tecnico, Marcello Lippi in questo suo secondo mandato ha fatto lo sfasciacarrozze. In un colpo solo, e in modo indegno per la libertà che gli è stata concessa, nel giro di 14 mesi – ed esattamente dal giorno del “pranzo della focaccia” di Recco, aprile 2009, con Marcello gradito ospite di Jean Claude Blanc al tavolo di Vittorio – Lippi ha sfasciato prima la Juventus, poi la nazionale riducendole in cenere. Con una disinvoltura degna di miglior causa, Lippi ha preteso di trasformare la “sua” Juventus in una sorta di ritiro-azzurro permanente, ispirandone la campagna-acquisti (Cannavaro, Grosso, Candreva) dopo aver benedetto l’ingaggio in panchina di Ciro Ferrara, suo vice al mondiale 2006 e suo fedelissimo. Ritenendosi infallibile e quindi invincibile, Lippi aveva pensato che anche nel calcio 2 + 2 facesse 4: metto Ferrara in panchina, raduno in bianconero il maggior numero di miei prediletti e prendo due piccioni con una fava: 1) faccio vincere lo scudetto alla Juventus, e addirittura la pronostico in estate, tanto ne sono certo; 2) alleno per interposta persona per 12 mesi la nazionale che poi, affiatata ed euforica, non avrà difficoltà – una volta in Sudafrica – a rivincere il mondiale, facendo di me il Vittorio Pozzo del nuovo millennio. Ma come diceva il commissario Rock (quello della brillantina Linetti) a chi gli faceva i complimenti e gli diceva: “Lei non sbaglia mai!”: “Non è esatto: anch’io ho commesso un errore. Pensavo di essere un genio e invece non lo ero”.

Sicuro di essere il più grande stratega del globo terracqueo e certo di poter contare su giocatori highlander, eterni ed indistruttibili come Cannavaro e Gattuso, Zambrotta e Pirlo, Buffon e Camoranesi, Lippi ha lanciato il Grande Proclama: “Via i rompiballe, andiamo in Sudafrica con il Gruppo”. E come Custer a Little Big Horn ha urlato “Caricaaa!” non accorgendosi di andare alla rovina, dopo aver riempito la nazionale di vecchie glorie sfiatate e di bravi ragazzi senza un briciolo di personalità, oltre che di classe. E così, mentre Totti, Balotelli, Cassano, Miccoli, Borriello, Ambrosini – e ci fermiamo qui, per amor di patria – restavano in Italia a guardare il mondiale in alta definizione, in Sudafrica, prima col Paraguay, poi con la Nuova Zelanda e infine con la Slovacchia, scendevano in campo i “leoni invincibili” di Re Marcello: Cannavaro che da tre anni non tiene più un centravanti, Camoranesi perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, Gattuso che gioca un tempo da educanda e viene subito rimesso in panca, Zambrotta che dà tutto nei primi due match e nel terzo – letteralmente – muore, Buffon che senza la cintura del dr. Gibaud non ce la fa a stare in piedi; e poi Criscito che Cabrini, ad Argentina ’78, al confronto era un marziano, Pepe che sarebbe ottimo alla Stramilano, meno a un mondiale di calcio, Marchisio che Lippi magnifica come il Cruijff del 2010 e gioca peggio di un Tavola o di un Centi (con tutto il rispetto per Tavola e per Centi) e ancora mezze figure come Iaquinta, Di Natale, Maggio e stendiamo un velo pietoso sul resto della comitiva, che è meglio.

Lippi pensava che per rivincere un campionato del mondo, visto che lui in Germania aveva capito tutto, bastasse il suo genio più un manipolo di bravi e fedeli ragazzi. Complimenti per l’intuizione, ma la verità era un’altra. La verità era che nel 2006 avevamo vinto un mondiale irripetibile, con merito e fortuna, dopo un cammino non propriamente memorabile (confrontare Argentina, Brasile, Polonia e Germania battute da Bearzot nell’82 e Australia, Ucraina, Germania e Francia battute da Lippi nel 2006, please) e dopo una finale in cui gli avversari ci avevano sovrastato per 120 minuti; e dunque, che Lippi non era il Genio della Lampada, ma un c.t. come tanti, che come Beckenbauer e Jacquet – per non andare troppo indietro nel tempo – aveva vinto un mondiale guidando con accortezza una squadra di bravi giocatori, con un paio di fuoriclasse, Lippi in particolare puntando su una super-difesa e, per l’appunto, su un po’ di sano, provvidenziale stellone.

Sarebbe bastato avere un po’ di modestia, realismo, senso dei limiti: e pensare che il calcio è più semplice di quanto si voglia (far) credere. Sarebbe bastato portare in Sudafrica i più bravi a giocare a pallone, invece Lippi ha portato i più bravi ad obbedire ai suoi comandamenti. È stata una tragedia. Perché la tavola dei comandamenti di Lippi era una barzelletta: e i soldatini azzurri mandati allo sbaraglio da Re Marcello, anche se eran giovani e forti, sono morti. Subito.

Fonte: Paolo Ziliani

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