Calciomercato Milan, Jacobelli: “Cosa manca al Milan? Berlusconi”

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MILANO – Non era mai successo prima. In ventiquattro anni di storia berlusconiana del Milan, non era mai successo che il giorno del raduno, a Milanello, duemila tifosi si presentassero per chiedere al Cavaliere di vendere la società. In questo stesso giorno, non era mai successo prima che gli stessi tifosi incitassero l’allenatore e i giocatori, fischiando il signore che nell’86 li ha salvati dal fallimento, portandoli poi sul tetto del mondo. Non era mai successo prima che, anche soltanto a livello ipotetico, il Primo Tifoso Rossonero vagheggiasse la possibilità di cedere il club, sia pure alle sue condizioni: “Se ci fosse qualcuno pronto a spendere 461 milioni di euro in sette anni come ho fatto io, non mi sottrarrei al compito di passare la mano. Ma, siccome non si è presentato nessuno, mi vedo costretto a continuare…”. Un linguaggio inusitato per il presidente che, a proposito del Milan, in un passato anche recente ha sempre ripetuto: “Questa squadra è un affare di famiglia, un bene di famiglia, una questione di cuore e non intendo separarmene”. Cambia, il mondo e cambia anche la concezione berlusconiana del mondo rossonero. Ma, soprattutto, è cambiato il suo rapporto con i tifosi. Dopo Kakà, nulla è stato più come prima e tutto sarà sempre più diverso da prima. Suo malgrado, il Grande Comunicatore, il Presidente-Allenatore che a Leonardo ha rimproverato di impiegare Pato e Huntelaar “a cinquanta metri dalla porta” e, da Allegri, ha subito esatto “una squadra che giochi sempre con due punte”,  oggi è stato costretto a fare le barricate dalla rappresentanza dell’esercito di Milanisti Non Evoluti, ritrovatisi quasi in 30 mila su Facebook e uniti da due parole: “Silvio, vendi”. Accanto alla gente della Curva Sud, davanti ai cancelli di Milanello si è appalesata l’avanguardia di un movimento che inalbera striscioni con slogan a metà fra l’irriverente e il caustico (“Una volta ci compravi Baggio, ora solo Caravaggio”), protesta con civiltà, usa l’ironia non come arma di distrazione di massa, ma ne fa il grimaldello mediatico per scassinare il bunker di Silvio. Che oggi, come sei mesi fa, come un anno fa, ha ripetuto concetti triti e ritriti; ha riaffermato l’orgoglio di ciò che il Milan è stato e di ciò che ha vinto sotto la sua gestione come se il mondo intero avesse sempre bisogno di sentirselo dire; ha mescolato gli argomenti calcistici con la lotta alla mafia, il ruolo di Maroni, l’immagine dell’Italia nel mondo, il nuovo pullmann della squadra, il ringraziamento agli sponsor, i contratti onerosi in scadenza nel 2011, gli eredi che non si interessano del Milan, al contrario dei figli di Moratti sempre più evidentemente coinvolti nell’Inter, su su sino al travolgente elogio di Ronaldinho (“E’ incedibile e siamo d’accordo che giochera’ con il Milan finche’ non smettera’ con il calcio. Non ho parlato con lui di recente, ma di sicuro gli rinnoveremo il contratto e rimarra’ fin quando non smette di giocare. Lo considero il miglior calciatore di ogni tempo. E’ la piu’ grande attrazione del Milan: vale il prezzo del biglietto e va messo in condizione di segnare”). Uno zibaldone che all’uditorio non ha lesinato spunti e gaffes anche divertenti, come la pronuncia sbagliata di Papastathopoulos; il riferimento a Thiago Silva negato al Real e “protagonista di un grande mondiale con il Brasile”: e pazienza se Dunga l’ha tenuto in panchina; il contratto di Abbiati che Berlusconi pensava scadesse l’anno prossimo e, invece, Galliani gli ha ricordato essere stato appena prolungato di due anni; persino un micidiale dribbling alla consecutio a proposito di Ibrahimovic (“…Non apprezzerebbe che una squadra di calcio farebbe una follia”), assolutamente inconsueto per un leader della comunicazione dal linguaggio forbito e dai congiuntivi mitragliati senza errore. Ma quando gli è stato ricordato che, fra i motivi di doglianza dei tifosi, c’è anche la sua assenza dal bastione di comando del Milan, da Berlusconi non più seguito passo dopo passo come faceva agli inizi della Grande Avventura, la risposta dell’interessato è stata un dribbling riuscito male. “Dopo che in Piazza Duomo hanno tentato di uccidermi, perchè di questo si è trattato, gli uomini della sicurezza mi hanno sconsigliato di presentarmi a San Siro per i troppi rischi che avrei corso”. Precauzione assolutamente condivisibile. Però è in Via Turati e a Milanello che i tifosi del Milan vorrebbero rivedere molto più spesso Re Silvio. Quello che, quando piombava a Carnago dal cielo, faceva anche cambiare le tende della sala del caminetto o la disposizione dei divani se questa non gli aggradava. Quello che sceglieva persino il modello delle tute da riposo dei giocatori. Quel presidente rivoluzionario che aveva il coraggio di spiazzare il mondo del calcio con le sue intuizioni e i suoi colpi di genio, sul mercato, in tv, in serie A e in Coppa dei Campioni. Ecco, è quel Berlusconi che oggi manca tanto al Milan e alla sua gente. Oggi, forse, l’ha capito anche lui.  

Fonte: Quotidiano.net

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